Texas Hold’em (introduzione parte II)
Nell’articolo precedente è stato detto che gli out sono tutte quelle carte che possono migliorare la nostra mano e, viceversa, i non out sono quelle carte che peggiorano o addirittura migliorano quella dei nostri avversari.
Supponiamo di avere in mano AK CUORE e di trovarci al turn con queste quattro carte comuni: Q CUORI 7 CUORI 2 FIORI 3 QUADRI, in questa situazione, e senza tener conto di altri elementi come le carte che l’avversario potrebbe avere in mano, possiamo effettuare un calcolo di quanti sono gli out che ci consegnano una mano vincente, in questo caso il colore nuts (il punto nuts è quello che ci permette di vincere la mano, per esempio nel caso di una scala la carta più alta per formare la scala, nel caso del colore l’asso): i nostri outs sono, in questo caso, tutte le carte di cuore, ovvero 13 (totale delle carte di cuori) – 4 (le carte di cuore che sappiamo sono uscite) = 9 outs. Sapendo che il mazzo è composto da 52 carte, e noi ne conosciamo soltanto 6 (quelle della nostra mano e le quattro che formano il board), in questo momento abbiamo 9 out su 46 carte, ovvero il 19,5% di probabilità di ottenere il colore nuts.
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46 ___ 100%
9 ___ X
X= 9×100/46 = 19,5
Se sapessimo le carte che ha in mano il nostro avversario potremmo anche calcolare le sue probabilità di vincita, ma questo per noi principianti è molto complicato. Per esempio se fossimo sicuri che lui ha in mano Q FIORI e Q QUADRI il calcolo dei nostri out cambierebbe perché con il 2 CUORI e il 3 CUORI il nostro avversario realizzerebbe un full, quindi i nostri out scendono a sette. Ma sfortunatamente è molto difficile avere una lettura delle carte altrui per quelle che sono alle prime armi, quindi i nostri calcoli sono approssimativi.
Odd e pot odd
Le odd sono la possibilità espressa matematicamente che un evento accada, questa possibilità è strettamente legata agli out. Se per esempio abbiamo 9 out dopo il turn (per vincere il colore), sappiamo che per il calcolo delle carte conosciute e sconosciute abbiamo il 20% di probabilità di centrare il colore.
52 carte in totale – 6 carte conosciute (le due che abbiamo in mano + le 4 del board)
46 ___ 100%
9 ___ X
X= 9×100/46 = 19,5 (20% circa)
Ciò significa che l’evento si verificherà una volta su cinque e in termini di odd si traduce in 1:4 (una volta si quattro no). Le pot odd sono il rapporto che c’è tra il valore, l’entità di un piatto e la quantità di chip che dobbiamo investire per vincerlo. Se il piatto è di 5, la quantità di chips da investire sarà di 1.
Se per esempio abbiamo 10 out e 30 non out, significa un rapporto di 3:1, in percentuale il 25% di chance di vincere il piatto. Dal momento che la chance di vincere il piatto (3:1) e l’investimento richiesto (5:1) è chiaramente a favore delle prime, risulta conveniente continuare a giocare. Questo è un esempio per una giocata lineare, con informazioni complete sulla mano in corso. Comunque su questo argomento, complicato quanto affascinante, tornerò più avanti. Tutto quello che è stato detto fino adesso è soltanto un insignificante riassunto di argomenti che vanno approfonditi uno ad uno, magari dedicando intere settimane, o anche qualche mese, fra la teoria e la pratica, ad ogni singola voce. Il calcolo delle pot odd è efficace nella variante limit game, nel no limit può essere interessante ad esempio individuare un giocatore intento a fare dei calcoli, in questo caso possiamo intuire che si trova su una draw (cioè una mano in cui per vincere deve pescare una carta, ad esempio una mano che dia la possibilità del colore o scala), ed effettuare una puntata abbastanza forte per rendergli la vita impossibile. Ad ogni modo bisogna considerare che il 60% delle volte non floppiamo niente.
Questa tecnica di gioco si utilizza per confondere l’avversario simulando una mano debole quando in realtà abbiamo una forte, ma per fare lo slow play bisogna avere davvero la mano più forte, inoltre è fondamentale capire se gli avversari possono migliorare la propria mano perché l’aspetto negativo dello slow play è quello di concedere delle carte gratis.
Nell’articolo precedente ho detto di aver perso per ben due volte nella stessa partita con in mano AA. In quei casi ho fatto lo slow play, tentando di simulare una mano debole in modo che i miei avversari si sentissero forti e puntassero per arricchire il pot. Al flop è uscito K 10 9 e io continuai a fare finta di niente senza però considerare che il board poteva dar luogo a una scala. Così, gli altri due giocatori continuarono a puntare e io andavo avanti seguendo il loro gioco. Concentrata sui i miei due assi, piuttosto che domandarmi cosa potevano avere gli altri in mano, me la ridevo quando al turn i miei avversari continuavano a puntare. Al river, con l’uscita di un’altra carta insignificante, uno dei due fece fold, ma l’altro andò subito in all in e io, brutta scema, andai senza nemmeno farmi due conti ed ecco il risultato:
Sul board c’erano K 10 9 2 5
Io avevo AA
Il mio avversario aveva JQ
BELLA SCALA EH!!!
Ecco perché bisogna stare attenti non solo alle proprie carte bensì a quelle degli avversari e alle carte che escono al flop, a turn e al river, ed ecco perché lo slow play funziona soltanto se hai davvero la mano più forte.
La tecnica del check raise
E’ una tipologia di slow play dove un giocatore effettua prima un check con l’intenzione di rilanciare dopo che l’avversario ha puntato (se lo ha fatto!). Questa tecnica si adopera quando:
1- riteniamo di avere la mano più forte e si cerca di strappare più chip possibili all’avversario
2- pur non essendo sicuri di avere la mano migliore, si cerca di ridurre gli avversari
3- infine quando si cerca un bluff o un semibluff
Tecnica del raise for the free card
Se tratta di un rilancio al flop da parte di un giocatore in late position (idealmente l’ultimo a parlare) che ha un progetto di scala o colore. Questo rilancio intimidisce il giocatore che ha puntato per primo che di solito fa check al giocatore che ha rilanciato. In questo modo evitiamo i rilanci da parte dell’altro giocatore e vediamo gratis il river (vale a dire chekando fino alla fine).
C’è da considerare però che nel no limit la quantità di chip da investire deve essere proporzionale all’entità del proprio stack e il piatto deve essere appetitoso. Per applicare questa tecnica dobbiamo però essere in situazione drawing hand, in late position e non avere più di un giocatore che parli dopo di noi e infine il piatto non deve essere conteso da più di tre persone. Questo tipo di giocata va fatta verso quelli più passivi e non contro i loose o i maniac.
Il bluff
Salvo rare eccezioni, come ad esempio quando rimaniamo in due e il piatto è molto ricco, non eseguo mai questa tecnica perché ancora non mi sento preparata, anche se la tentazione di bluffare è veramente forte. Il bluff consiste semplicemente nel puntare o rilanciare con una mano perdente con l’intento di rubare il piatto, ma badate bene: questo deve essere ricco, altrimenti rischiamo di perdere chips per niente. Inoltre, il bluff è un’azione mirata, che va applicata contro un solo giocatore, al massimo due, e preferibilmente passivi.
Reazioni psicologiche e deliri di onnipotenza
Diverse volte mi è capitato di vincere dei piatti appetitosi e raddoppiare le mie chips in un attimo e, inutile negarlo, in quel momento mi sento una Dea e mi gonfio come un pallone. Poi salgo su, su…in alto ma quando scendo la caduta fa male! Ecco perché non bisogna mai perdere la concentrazione e quando il delirio di onnipotenza ci invade è meglio fare una pausa perché il segreto per non mandare a puttane quello che abbiamo costruito e quello di fare finta di niente!
Dopo una giocata di questo tipo, quando un avversario ci chiama in all in la tentazione è forte e, devo ammettere con una certa vergogna, che ci casco spesso in questi tranelli (infatti, sono sicura che i giocatori capiscono che sono al settimo cielo e che, in quel momento, non sono più padrona delle mie azioni), ma se posso darvi un consiglio: non fatelo! Non andate in all in subito dopo aver avuto un’ottima mano, a non essere che siate giocatori avanzati non credo che siate capaci di valutare oggettivamente la forza delle vostre carte, quindi, è meglio lasciare perdere.
Le stesse considerazioni valgono quando abbiamo perso una mano con una bad beat, ci sentiamo così piccoli che diciamo “adesso faccio un all in, tutto o niente” (beh…non so gli altri, ma io lo faccio spesso!), invece è un grosso errore. Bisogna fare una piccola pausa, analizzare la mano e tornare a giocare come se niente fosse, bisogna avere pazienza perché il nostro momento arriverà. Ho visto io stessa delle persone con pochissime chips risalire pian piano e riprendersi con dignità. Il Centurione mi dice sempre una frase “finché ci sono chips c’è speranza!”
Nota: se è la prima volta che capiti in questo blog leggi qui







