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September , 2010
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Il Blog di She Warrior

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Archive for February, 2010

Il mio Texas Hold’em

Posted by She Warrior On February - 24 - 2010 2 COMMENTS

Sebbene abbia conosciuto il Texas Hold’em a dicembre, posso dire che ci gioco sul serio soltanto da una settimana (inizio: 17 febbraio 2010). La verità è che dopo aver iniziato a leggere i libretti dei Segreti del Grande Poker, e realizzare di essere migliorata abbastanza, ho giocato soltanto qualche partitina al giorno, tanto per tenermi allenata, il resto del tempo che ho dedicato al Poker è stato per studiare la sua teoria e, sebbene all’inizio ho dedicato circa otto ore al giorno alla lettura, pian piano queste ore iniziarono a diminuire. Insomma, per farla corta, lunedì scorso ho iniziato a fare sul serio: ho un orario stabilito per la lettura e un altro per giocare e mettere in pratica le nozioni apprese e poi, in certi momenti come ad esempio adesso, mi siedo a fare il punto della situazione, vale a dire che rifletto molto sulle partite giocate, sui soldi investiti, su quelli guadagnati (eh si, ho vinto pure, ma stiamo parlando di cifre irrisorie) ma soprattutto sugli errori che, in certe partite, non mi hanno permesso di andare in the money.

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In questo post vorrei condividere con voi gli errori più comuni di una principiante che, oggi come oggi, dedica al Texas Hold’em circa 10 ore al giorno.

Situazione dopo aver imparato nuove tecniche e/o concetti

Dopo avere afferrato dei nuovi concetti, vale a dire dopo averli appresso (che non è la stessa cosa che dopo averli letto), mi succede una cosa molto strana, beh, non proprio immediatamente dopo, bensì il giorno successivo. In poche parole, risulta che il giorno in cui ho appresso un nuovo concetto e/o una nuova strategia di gioco, mettiamo ad esempio “come comportarsi a seconda del costo del blind”, sono un mostro! Dico sul serio. Partecipo ai sit & go di 8-12 persone e arrivo sempre in the money, seguo il mio gioco e non lascio che siano gli altri a dirmi cosa devo fare. Sono tight aggressive e va bene così, quando gioco le mie carte non ho paura di perdere perché non solo gioco quelle buone, ma lo faccio nella maniera giusta contro gli avversari giusti, insomma, il rischio di perdere una mano è ridotto.

Questo mi succede ogni volta che assimilo un nuovo concetto, infatti rimango meravigliata non solo per la velocità con cui riesco a inserire le nuove informazioni nel mio schema mentale, bensì perché le regole funzionano! Ma dal secondo giorno in poi le cose cambiano…

Situazione un giorno dopo aver imparato nuove tecniche e/o concetti

Dopo circa ventiquattro ore dal mio colpo di genio (anche se talvolta sono in verità quarantotto) succede un fatto strano, di cui sto ancora tentando di individuare le cause: torno indietro di uno o più livelli.

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Vediamo di fare un esempio concreto: lunedì scorso ho afferrato perbene il concetto della tabella di Sklansky e ho iniziato a usarla anche se talvolta buttare via un A mi dava noia (comunque questa fase è stata superata). Diciamo che fino a quel momento quella era la mia unica strategia di gioco, non capivo nient’altro e andavo avanti così ma nonostante tutto giocavo abbastanza bene (anche se non arrivavo in the money). Mercoledì invece ho assimilato il concetto di “difendere le carte”, cioè finalmente ho capito che per difendere bisogna rilanciare e portare avanti il proprio gioco, altrimenti è meglio foldare, e con questi due concetti, cioè tabella di Sklansky + difesa della coppia/carte buone sono andata avanti e ho iniziato a piazzarmi in the money (i cambiamenti li ho visto fin dalla prima partita). Quindi, giovedì ho giocato bene (sempre considerando le mie ancora limitate capacità).

Venerdì però è successa una cosa strana: ho iniziato a perdere con delle mani stupide e con avversari incapaci (e non dico che erano incapaci perché ho perso, erano oggettivamente incapaci). A quel punto, quando inizio a perdere una partita dopo l’altra, mi arrabbio e divento irrazionale, le mie giocate sfuggono ad ogni logica: non ho conto delle carte, degli avversari, non difendo bene e divento una cagasotto, questa è la verità. C’è qualcosa che mi sfugge, qualcosa che ho perso e come se le nozioni apprese fossero rimaste dentro il cassetto. Talvolta so di avermi portato indietro (cioè al tavolo da gioco) almeno una delle mie conoscenze, ma le altre due, tre…quattro so bene di averle lasciato da qualche altra parte.

Ma perché? Perché succede tutto questo? Una delle cose che un aspirante giocatore di Poker deve saper fare è l’analisi oggettiva delle partite, sia quelle vinte, sia quelle perse, un aspirante giocatore di Poker deve essere autocritico e non deve mai dare la colpa alla sfortuna, altrimenti è destinato a non progredire.

Quando perdo con avversari discutibili e con carte che andavano foldate subito so di aver giocato male, non c’è niente da dire e questo probabilmente perché sono rimasta nel mio momento di onnipotenza (di cui ho parlato nel post precedente) che però è durato più del previsto (cioè ventiquattro ore!), mi sono montata la testa e ho dato degli idioti a tutti i miei avversari (alcuni lo erano, altri invece no), quindi ho lasciato perdere la scala di Sklansky e ho iniziato a difendere carte indifendibili, insomma ho iniziato a fare di testa mia mancando di umiltà, credo che il problema sia stato questo, poi se ci sono altri meccanismi inconsci in gioco lo ignoro, ma vale la pena continuare ad approfondire.

Come gioco attualmente le partite (quando sono in forma e non faccio cazzate)

Quando non sono invasa dai deliri di onnipotenza (deliri che prima o poi ogni giocatore subisce passivamente) tento di fare un gioco solido, utilizzando con moderazione i concetti che ho assimilato le giornate precedenti, quindi, oggi, 24 febbraio del 2010 la situazione è la seguente:

1-     Mi siedo al tavolo e fino al quarto livello (dopo 30 minuti quando i blind sono di 10 minuti) gioco soltanto le monster hands oppure le coppie alte se sono in posizione e gli avversari che hanno chiamato sono pochi. Niente di più.

2-     Mi dedico all’osservazione degli avversari e prendo appunti sul loro gioco. So che sembra noioso stare lì a prendere appunti mentre gli altri guadagnano chips, ma dal quarto livello in poi questa strategia si rivela molto utile.

3-     Quando arrivo al quarto livello, e quando di solito abbiamo uno o due avversari in meno, inizio a giocare più mani, ma sempre considerando la tabella di Sklansky (soltanto in rarissime occasioni faccio diversamente) e siccome so di aver guadagnato un’immagine tight approfitto del fatto che i giocatori temono quando mi vedono rilanciare, anche se bisogna sempre essere attenti al maniac e ai calling station.

4-     Dal quinto livello in poi, divento ancora più aggressiva quando ho le carte giuste, inoltre, beneficio degli appunti che ho preso durante il livello 1-3 e faccio qualche puntata su misura. Per esempio se so che Pinco ha la mania di chiamare sempre ma si caga sotto se uno punta più di trecento euro, allora, se voglio prendere il piatto subito perché non sono sicura della mia mano, punto trecento. Faccio però attenzione perché se Pinco chiamasse significa che le sue carte sono buone.

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Alcune mie accortezze

1-     Se arrivata al quarto livello ho più o meno la stessa quantità di chips iniziali vuol dire che ho giocato bene: ho chiamato poche mani e ho trasmesso un’immagine solida.

2-     Salvo rare eccezioni (che col tempo diventano ogni giorno più rare) non faccio mai l’all in nel 1-3 livello e, siccome sono una che ha il vizietto di cedere alle provocazioni, conto fino a dieci e mi domano: “Lucia, vorresti uscire davvero?” perché pur avendo carte ottime la possibilità di uscita è sempre in agguato, inoltre, dobbiamo considerare che il pot non vale la candela!!

3-     Se per caso all’inizio mi è andata bene con una monster hand e sono diventata chip leader faccio ancora più attenzione alle mani che gioco anche perché preferisco che gli avversari si elimino fra loro. So che questa è una tecnica vigliacca, ma per una che è alle prime armi per me va bene, certamente non è qualcosa di cui andare fieri o da portare avanti man mano che si progredisce nella comprensione del gioco!

4-     Quando gioco contro avversari tight e ho una mano buona faccio lo slow play, poi punto due bui per poter strapparli qualcosa, ma ricordando sempre i rischi dello slowplay

5-     Quando gioco contro avversari loose e ho la mano migliore provo a rilanciare perché so che il contro-rilancio è nella loro struttura mentale, quindi avrò la possibilità di guadagnare più chips, ma sempre facendo attenzione perché questa gente se provocata va subito in all-in.

6-     Non applico mai concetti/trucchi che, pur conoscendo, ancora con ho assimilato.

7-     Gioco quasi esclusivamente i sit & go di 0,50-2,00 euro, non di più anche se ho notato che su quelli da 3,00-5,00 il livello dei giocatori è più o meno lo stesso.

8-     Sebbene il mio obiettivo sia grindare su più tavoli per adesso gioco solo su un tavolo alla volta.

Nota: se è la prima volta che capiti in questo blog leggi qui

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Texas Hold’em (introduzione parte II)

Posted by She Warrior On February - 24 - 2010 ADD COMMENTS

Nell’articolo precedente è stato detto che gli out sono tutte quelle carte che possono migliorare la nostra mano e, viceversa, i non out sono quelle carte che peggiorano o addirittura migliorano quella dei nostri avversari.

Supponiamo di avere in mano AK CUORE e di trovarci al turn con queste quattro carte comuni:  Q CUORI 7 CUORI 2 FIORI 3 QUADRI, in questa situazione, e senza tener conto di altri elementi come le carte che l’avversario potrebbe avere in mano, possiamo effettuare un calcolo di quanti sono gli out che ci consegnano una mano vincente, in questo caso il colore nuts (il punto nuts è quello che ci permette di vincere la mano, per esempio nel caso di una scala la carta più alta per formare la scala, nel caso del colore l’asso): i nostri outs sono, in questo caso, tutte le carte di cuore, ovvero 13 (totale delle carte di cuori) – 4 (le carte di cuore che sappiamo sono uscite) = 9 outs. Sapendo che il mazzo è composto da 52 carte, e noi ne conosciamo soltanto 6 (quelle della nostra mano e le quattro che formano il board), in questo momento abbiamo 9 out su 46 carte, ovvero il 19,5% di probabilità di ottenere il colore nuts.

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46 ___ 100%

  9 ___ X

 X= 9×100/46 = 19,5

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Se sapessimo le carte che ha in mano il nostro avversario potremmo anche calcolare le sue probabilità di vincita, ma questo per noi principianti è molto complicato. Per esempio se fossimo sicuri che lui ha in mano Q FIORI e Q QUADRI il calcolo dei nostri out cambierebbe perché con il 2 CUORI e il 3 CUORI il nostro avversario realizzerebbe un full, quindi i nostri out scendono a sette.  Ma sfortunatamente è molto difficile avere una lettura delle carte altrui per quelle che sono alle prime armi, quindi i nostri calcoli sono approssimativi.

Odd e pot odd

Le odd sono la possibilità espressa matematicamente che un evento accada, questa possibilità è strettamente legata agli out. Se per esempio abbiamo 9 out dopo il turn (per vincere il colore), sappiamo che per il calcolo delle carte conosciute e sconosciute abbiamo il 20% di probabilità di centrare il colore.

52 carte in totale – 6 carte conosciute (le due che abbiamo in mano + le 4 del board)

 46 ___ 100%

  9 ___ X

 X= 9×100/46 = 19,5 (20% circa)

Ciò significa che l’evento si verificherà una volta su cinque e in termini di odd si traduce in 1:4 (una volta si quattro no). Le pot odd sono il rapporto che c’è tra il valore, l’entità di un piatto e la quantità di chip che dobbiamo investire per vincerlo. Se il piatto è di 5, la quantità di chips da investire sarà di 1.

Se per esempio abbiamo 10 out e 30 non out, significa un rapporto di 3:1, in percentuale il 25% di chance di vincere il piatto. Dal  momento che la chance di vincere il piatto (3:1) e l’investimento richiesto (5:1) è chiaramente a favore delle prime, risulta conveniente continuare a giocare. Questo è un esempio per una giocata lineare, con informazioni complete sulla mano in corso. Comunque su questo argomento, complicato quanto affascinante, tornerò più avanti. Tutto quello che è stato detto fino adesso è soltanto un insignificante riassunto di argomenti che vanno approfonditi uno ad uno, magari dedicando intere settimane, o anche qualche mese, fra la teoria e la pratica, ad ogni singola voce. Il calcolo delle pot odd è efficace nella variante limit game, nel no limit può essere interessante ad esempio individuare un giocatore intento a fare dei calcoli, in questo caso possiamo intuire che si trova su una draw (cioè una mano in cui per vincere deve pescare una carta, ad esempio una mano che dia la possibilità del colore o scala), ed effettuare una puntata abbastanza forte per rendergli la vita impossibile. Ad ogni modo bisogna considerare che il 60% delle volte non floppiamo niente.

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 La tecnica dello slow play

Questa tecnica di gioco si utilizza per confondere l’avversario simulando una mano debole quando in realtà abbiamo una forte, ma per fare lo slow play bisogna avere davvero la mano più forte, inoltre è fondamentale capire se gli avversari possono migliorare la propria mano perché l’aspetto negativo dello slow play è quello di concedere delle carte gratis.

Nell’articolo precedente ho detto di aver perso per ben due volte nella stessa partita con in mano AA. In quei casi ho fatto lo slow play, tentando di simulare una mano debole in modo che i miei avversari si sentissero forti e puntassero per arricchire il pot. Al flop è uscito K 10 9 e io continuai a fare finta di niente senza però considerare che il board poteva dar luogo a una scala. Così, gli altri due giocatori continuarono a puntare e io andavo avanti seguendo il loro gioco. Concentrata sui i miei due assi, piuttosto che domandarmi cosa potevano avere gli altri in mano, me la ridevo quando al turn i miei avversari continuavano a puntare. Al river, con l’uscita di un’altra carta insignificante, uno dei due fece fold, ma l’altro andò subito in all in e io, brutta scema, andai senza nemmeno farmi due conti ed ecco il risultato:

Sul board c’erano K 10 9 2 5

Io avevo AA

Il mio avversario aveva JQ

BELLA SCALA EH!!! 

Ecco perché bisogna stare attenti non solo alle proprie carte bensì a quelle degli avversari e alle carte che escono al flop, a turn e al river, ed ecco perché lo slow play funziona soltanto se hai davvero la  mano più forte.

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La tecnica del check raise

E’ una tipologia di slow play dove un giocatore effettua prima un check con l’intenzione di rilanciare dopo che l’avversario ha puntato (se lo ha fatto!). Questa tecnica si adopera quando:

1-     riteniamo di avere la mano più forte e si cerca di strappare più chip possibili all’avversario

2-      pur non essendo sicuri di avere la mano migliore, si cerca di ridurre gli avversari

3-      infine quando si cerca un bluff o un semibluff

Tecnica del raise for the free card

Se tratta di un rilancio al flop da parte di un giocatore in late position (idealmente l’ultimo a parlare) che ha un progetto di scala o colore. Questo rilancio intimidisce il giocatore che ha puntato per primo che di solito fa check al giocatore che ha rilanciato. In questo modo evitiamo i rilanci da parte dell’altro giocatore e vediamo gratis il river (vale a dire chekando fino alla fine).

C’è da considerare però che nel no limit la quantità di chip da investire deve essere proporzionale all’entità del proprio stack e il piatto deve essere appetitoso. Per applicare questa tecnica dobbiamo però essere in situazione drawing hand, in late position e non avere più di un giocatore che parli dopo di noi e infine il piatto non deve essere conteso da più di tre persone. Questo tipo di giocata va fatta verso quelli più passivi e non contro i loose o i maniac.

Il bluff

Salvo rare eccezioni, come ad esempio quando rimaniamo in due e il piatto è molto ricco, non eseguo mai questa tecnica perché ancora non mi sento preparata, anche se la tentazione di bluffare è veramente forte. Il bluff consiste semplicemente nel puntare o rilanciare con una mano perdente con l’intento di rubare il piatto, ma badate bene: questo deve essere ricco, altrimenti rischiamo di perdere chips per niente. Inoltre, il bluff è un’azione mirata, che va applicata contro un solo giocatore, al massimo due, e preferibilmente passivi.

Reazioni psicologiche e deliri di onnipotenza

Diverse volte mi è capitato di vincere dei piatti appetitosi e raddoppiare le mie chips in un attimo e, inutile negarlo, in quel momento mi sento una Dea e mi gonfio come un pallone. Poi salgo su, su…in alto ma quando scendo la caduta fa male! Ecco perché non bisogna mai perdere la concentrazione e quando il delirio di onnipotenza ci invade è meglio fare una pausa perché il segreto per non mandare a puttane quello che abbiamo costruito e quello di fare finta di niente!

Dopo una giocata di questo tipo, quando un avversario ci chiama in all in la tentazione è forte e, devo ammettere con una certa vergogna, che ci casco spesso in questi tranelli (infatti, sono sicura che i giocatori capiscono che sono al settimo cielo e che, in quel momento, non sono più padrona delle mie azioni), ma se posso darvi un consiglio: non fatelo! Non andate in all in subito dopo aver avuto un’ottima mano, a non essere che siate giocatori avanzati non credo che siate capaci di valutare oggettivamente la forza delle vostre carte, quindi, è meglio lasciare perdere.

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Le stesse considerazioni valgono quando abbiamo perso una mano con una bad beat, ci sentiamo così piccoli che diciamo “adesso faccio un all in, tutto o niente” (beh…non so gli altri, ma io lo faccio spesso!), invece è un grosso errore. Bisogna fare una piccola pausa, analizzare la mano e tornare a giocare come se niente fosse, bisogna avere pazienza perché il nostro momento arriverà. Ho visto io stessa delle persone con pochissime chips risalire pian piano e riprendersi con dignità. Il Centurione mi dice sempre una frase “finché ci sono chips c’è speranza!”

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Texas Hold’em

Posted by She Warrior On February - 21 - 2010 3 COMMENTS

So che ultimamente di fantasy sto scrivendo ben poco, ma sto preparando una bellissima recensione del film Le Nebbie di Avalon che richiede un po’ di tempo, visto che è la versione “al femminile” della leggenda di Re Artù e non posso certamente scrivere due parole buttate giù così a cazzo di cane, quindi, ci vuole un po’ di tempo per finirla. In più, considerando che il film che ho a disposizione è in lingua spagnola e la recensione sarà scritta in italiano, il lavoro si complica ulteriormente, ma arriverà a giorni :-)

Bene, adesso andiamo avanti con l’argomento del giorno, ovvero il Poker Texas Hold’em.

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Ho conosciuto questa versione texana del Poker nel mese di dicembre, quando il Centurione scaricò da internet quello che credeva fosse il 5 Card Draw (il Poker classico, per intenderci). Né io né lui siamo appassionati di giochi di azzardo, per me sono per i deficienti e i pezzenti che, non sapendo usare il proprio intelletto per raggiungere certi scopi, aspettano che la Dea Bendata li dia una mano per risolvere la propria vita. Il motivo per cui il Centurione decise di scaricare il 5 Card Draw era semplice: visto che non poteva battermi a Rome Total War né a Excalibur (tanto per nominare due giochi di guerra e strategia), voleva provare col Poker! Ao! Anvedi sto paraculo!

A me però il Poker tradizionale non piace, la fortuna ha un ruolo di primo piano in questo gioco (anche se non nego gli aspetti strategici e psicologici), quindi non fa per me. Se devo essere sincera preferisco la Briscola perché è un gioco mnemonico e di logica: bisogna non solo ricordarsi le carte già uscite, bensì tentare di capire cosa ha l’avversario in mano osservando le carte che ci butta sul tavolo, quindi quando il Centurione, ancora ignaro di aver scaricato il Texas Hold’em, mi invitò a giocare una partita tramite LAN risposi “no grazie, non fa per me”.

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Dopo qualche giorno Blaesus VI arrivò a casa con un dvd e un piccolo libretto, “cosa è quello?”, domandai, “niente, è solo un libro sul Poker Hold’em che spiega le basi per giocare. Poi c’è anche questo filmato con le migliori partite e i giocatori più in gamba!”, rispose entusiasta, “ma scusa, non potevi scaricarli gratuitamente da internet questi video piuttosto che buttare via i soldi? Quanto hai speso?”, “tu non capisci, per questo parli così, se ti interessassi almeno un po’ sull’argomento sono sicuro che ti piacerà!”

A dire il vero il Centurione sa benissimo quanto io sia curiosa, in generale mi informo su tutto quello che mi circonda o mi capita di sentire/vedere/odorare, altrimenti mi sento un’ignorante, ma sono poche le cose che riescono ad appassionarmi e, di conseguenza, che approfondisco con la dovuta accortezza. Comunque, tanto per fargli un piacere, ho iniziato a leggere quei libricini che lui portava puntualmente ogni lunedì e, ogni tanto, ho guardato anche qualche video. Ma niente. Non riuscivo a capire perché quel gioco dovesse piacermi e perché dovevo continuare a spendere del tempo con quella roba.

Un giorno, mentre tornavo a casa dopo essere andata a fare la spesa, trovai il Centurione insieme al Nano da Giardino davanti al pc che discutevano riguardo qualcosa che mi sfuggiva: “dai su, vacci! Non vedi che sta bluffando?”, diceva il Nano, “ma secondo la tabella di Sklansky io con queste carte non dovrei nemmeno giocare!” Allora mi avvicinai e scoprì che stavano giocando al Texas Hold’em in un tavolo da nove e quello fu il giorno in cui conobbi il sito di PokerStars.it. Da lì ci misi poco per crearmi un account e iniziare a giocare.

L’inizio

Cosa dire? Molto male, anzi malissimo. Non vincevo quasi mai e la maggior parte delle volte uscivo quasi subito (per di più molto incazzata), quindi, dopo alcuni giorni decisi di lasciare. Quel gioco era stupido, si basava sulla fortuna e a me quella roba non piace (se esiste una Dea sulla quale non puoi contare è proprio questa!), quindi tolsi il programma di PokerStars dal mio pc e fece finta di nulla. Da parte sua invece, Blaesus VI continuava a guardare quei video, a leggere i libretti e a partecipare ai forum on line, “tu che fai? Non giochi più?”, mi domandò un giorno, “no, non fa per me”, “ma come? Ci sono ragazze della tua età che sono diventate campionesse in poco più di un anno e tu non vuoi nemmeno provarci? Allora non sei così intelligente come dici”, rispose con quel tono di sfida che usa quando vuole provocarmi, “ma che c’entra la intelligenza? Quello è un gioco di azzardo, ho altro da fare io!”, “ma li hai letto i libri?”, “beh…si, insomma… di sfuggita, diciamo che li ho sfogliati un po’…”, “forse hai ragione, questo gioco non fa per te, dopotutto a te non piace faticare”, chiuse il discorso dandomi della imbecille scansafatiche.

Il mio più grande difetto, anzi l’unico, è quello di essere una persona impulsiva, che cede facilmente alle provocazioni (e questo per giocare al poker è un grosso problema), ed essere considerata un’incapace mi ha dato sui nervi. La frase “ci sono ragazze della tua età” rimbombava nella mia testa dalla mattina alla sera e non so per quale motivo non potevo smettere di pensare a quelle ragazze della mia età che, secondo Blaesus VI, erano più in gamba di me. “Ma perché loro si e io no?”, iniziai a domandarmi, “ma io sono intelligente e soltanto acculturata?”, “d’accordo, mi metterò a studiare almeno per capire se sono più idiota degli altri”, e così decise che avrei dedicato sei ore al giorno alla teoria del Texas Hold’em.

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I primi risultati

Con grande soddisfazione devo dire che dopo alcuni giorni di studio intensivo (praticamente un full immersion perché in realtà il tempo che ho dedicato a questa disciplina è stato molto più di sei ore al giorno) le prime vincite sono arrivate senza fatica, ma attenzione, stiamo parlando di vincite di pochi euro (0,50-3,00) contro gente inesperta. Non vorrei che neanche per sbaglio si pensasse che sto dicendo che bastano pochi giorni per imparare a giocare al Texas Hold’em, perché bisogna studiare per anni per raggiungere certi livelli. Ad ogni modo, seguendo delle semplici regole e usando la psicologia e la astuzia, il Poker Texano ci può regalare piccole e grandi soddisfazioni e chiunque si metta a studiare con determinazione e costanza può avere la possibilità di diventare un campione. Il segreto per vincere è la serietà con cui il discorso viene affrontato, come del resto è il segreto per avere successo in qualsiasi campo della vita. Quindi, se ancora non lo avete capito il Texas Hold’em non è un gioco di azzardo come credevo io, la fortuna sicuramente conta, ma in una percentuale assai minore rispetto alla tecnica e alla astuzia.

Le basi del Texas Hold’em libretti 1-5

A continuazione scriverò quel che è stato il mio primo riassunto sulle basi del Poker Texas Hold’em. Questa parte del post sarà piena zeppa di links verso altri siti che considero interessanti per approfondire l’argomento perché, per forza di cose, ciò che state per leggere è soltanto un piccolissimo riassunto del minimo indispensabile.

Significato di alcune voci

ALL-IN- Azione in cui il giocatore punta tutte le chips che ha a disposizione.

ANTE- Chip che si devono mettere obbligatoriamente prima di vedere le carte. L’ante sarebbe una piccola tassa che viene applicata ad un certo punto del torneo.

BET- Puntare.

BB (BIG BLIND)- Grande buio, è il giocatore che, insieme allo SB (SMALL BLIND) mette obbligatoriamente le chips sul tavolo prima che la mano cominci.

BLUFF- Azione che mira a simulare una buona mano quando in realtà abbiamo una mano non vincente.

BOARD- Tutte le carte sul tavolo.

BOTTONE (O DIALER)- Chi è di mazzo, l’ultimo a parlare.

BUY IN- Costo del torneo.

CALL- Chiamare, accettare la puntata di un avversario per restare in gioco.

CHECK- Accettare, al momento, la posta che c’è sul tavolo senza aggiungere chip.

FLOP- Le prime tre carte sopra il tavolo.

KICKER- Carta di accompagnamento della carta più alta o di quella che fa coppia con le carte comuni.

OUT- Sono quelle carte che consentono a una mano di diventare (o rimanere) la migliore.

OVERCARD-  Carta superiore.

OVER PAIR- Coppia superiore.

POT- Piatto, l’ammontare delle chips sul tavolo.

PRE FLOP- Azione di gioco che avviene prima che scendano le carte comuni.

RAISE- Rilancio, aumentare la posta.

RIVER- L’ultima carta comune servita dal mazziere.

SB (SMALL BLIND)- Giocatore che, insieme al BB (BIG BLIND) mette obbligatoriamente le chips sul tavolo prima di vedere le carte. Lo SB è la metà del BB (per esempio se il BB è di 10 euro lo SB sarà di 5).

SEMIBLUFF- Tattica di rilancio quando non si ha ancora il punto ma ci sono buone possibilità al turn o al river.

SLOW PLAY- Tecnica di gioco che avviene quando, con una mano forte, non si rilancia o si punta poco per attirare i rivali.

SUITED- “Vestite”, si intendono carte dello stesso seme.

TURN- Quarta delle cinque carte comuni.

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Le regole

“All’inizio del Texas Holdem Poker (o Poker Texano), il mazziere mescola un mazzo standard di 52 carte da gioco. Nei casinò e nelle sale da gioco chi da le carte non partecipa al gioco. Ad ogni giocatore vengono servite due carte coperte (dette Hole Cards). Il Giocatore non rivelerà il loro valore. Scopo del gioco é combinare queste due carte con le cinque che saranno eventualmente deposte davanti al mazziere, andando a formare quello che viene detto “Board” (ossia le carte comuni), al fine di formare la combinazione più alta tra tutti i giocatori. Tale combinazione può essere costituita dalle due carte iniziali e tre comuni, una delle due carte e quattro comuni o – molto raramente – solo dalle cinque carte comuni. Chi possiederà la combinazione di maggior valore vincerà l’intero piatto (l’ammontare complessivo di tutte le puntate).”

Esistono tre varianti del Texas Hold’em, e la differenza fondamentale è l’entità della puntata, esse sono: il fixed limit (vale a dire il limite massimo della puntata è fisso), il pot limit (la puntata massima equivale all’entità del piatto) e il no limit (non ci sono limiti e si può fare subito all-in), per quanto mi riguarda preferisco di gran lunga il no limit, ma questo è un gusto personale.

I tavoli da torneo possono essere formati da un minimo di due a un massimo di nove giocatori. Quando parliamo di heads up ci riferiamo a una sfida testa a testa, un tavolo short handed invece è un tavolo che ha un numero massimo di sette partecipanti, e un full ring è formato da un massimo di nove persone. Altre informazioni sulle regole le trovate qui invece informazioni sulle combinazioni e sui punti qui.

Nel Poker Texano, la posizione occupata sul tavolo è fondamentale. Da questa dipenderà la nostra azione di gioco. La posizione è determinata dalla vicinanza (o lontananza) dal bottone (indicato con la D di dialer). Prima che scendano le carte comuni, il BB (big blind) e lo SB (small blind) faranno le loro azioni per ultimi, ma dopo il flop saranno loro i primi a parlare.

Perché parlare per primo non è conveniente? E’ semplice: perché ancora non sappiamo cosa hanno intenzioni di fare gli altri perché, non avendo aperto bocca, non abbiamo nessuna informazione a disposizione, quindi, se siete i primi a parlare non è consigliato giocare con carte mediocri.

In generale lo SB e il BB hanno il vantaggio nella situazione preflop (parlano per ultimi), ma presentano una situazione di svantaggio nelle puntate successive perché devono parlare per primi. Per quanto mi riguarda, oltre a seguire quasi in maniera maniacale gli otto gruppi di carte, di solito aspetto il dialer prima di fare la prima mossa, a non essere di aver avuto la fortuna di avere AA o AK suited, lascio perdere fino al bottone (e poi non è detto che ci giochi subito) perché come dice Luca Pagano, il giocatore tight (cioè conservatore) alla lunga viene ripagato!

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Vediamo adesso quali sono le carte con maggiore forza preflop e come dovrebbero essere giocate

1-     Coppie alte: AA KK QQ JJ dovrebbero essere giocate e difese da ogni posizione, anche se io non sono molto d’accordo con JJ e si mi trovo in UTG (under the gun, sotto la pistola. Espressione usata per indicare i giocatori che parlano per primi), e sono circondata da giocatori aggressivi non rimpiango molto il fatto di buttarle via come se niente fosse.

2-     Coppie intermedie 1010 99 88 77 66 vanno difese ma non hanno una forza oggettiva per arrivare alla fine, il vantaggio però e che possiamo fare un tris senza che nessuno se ne accorga. Personalmente difendo bene la coppia di 10 e talvolta quella di 9, poi, a seconda della posizione butto il resto.

3-     Coppie basse 55 44 33 22 attenzione a giocarle in early position (cioè se parliamo per primi), anche qui si potrebbe aspettare un tris ma bisogna considerare la posizione al tavolo prima di giocarle. Per quanto mi riguarda chiamo un blind per vedere il flop, se non mi esce niente, lascio perdere subito, anche da late position, ma considerate che io sono una giocatrice inesperta, e di sicuro c’è chi difenderebbe una coppia di 2 con le unghie e con i denti.

4-     Assi con kicker forte AK AQ AJ sono carte che vanno difese e rilanciate, la loro forza aumenta se sono suited. Per quando mi riguarda se non sono in late position di solito vado cauta con AJ a non essere che siano suited.

5-     Connectors 910 89 67, ecc abbinamento di carte in successione, di regola si giocano solo in late position, meglio se suited. Qui invece faccio un po’ all’inverso e non seguo la tabella di Sklansky, a me i suited connectos piacciono molto, in più se sono alte come J10, di solito tento di arrivare almeno al turn, sempre che il prezzo da pagare non sia molto alto. Magari rilancio al flop per vedere il river gratis (di questo parlerò nel prossimo post). Le combinazioni di figure, ad esempio KQ o KJ, sono comunque favorite rispetto alle coppie basse e hanno le stesse probabilità di vittoria.

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Come difendere?

Quando si dice che certe carte “vanno difese”, si deve intendere come un rilancio per impedire che siano in molti a contendersi il piatto, cioè se io faccio un bel rilancio al preflop, i miei avversari intuiranno che ho delle carte buone e almeno la metà di loro andrà via. Bisogna però rilanciare più del doppio del BB, io di solito lancio 3-4 volte di più, ovviamente considerando la posizione che occupo sul tavolo, i giocatori e l’entità del piatto, ma comunque mai meno di due BB, se poi al flop non escono gli out (carte che possono migliorare la mia situazione) ho due opzioni: continuare a rilanciare bluffando o ritirarmi, ma mai farò check perché è una manifestazione di debolezza, al contrario il check lo faccio se ho delle carte buone, in questo modo il mio avversario penserà che non ho niente e chiamerà.

Comunque Sklansky nella sua tabella suddivide settantadue starting hands in otto gruppi e li attribuisce un’importanza maggiore o minore rispetto alla posizione che occupiamo sul tavolo.

Ad esempio se ci troviamo in posizione iniziale dobbiamo giocare soltanto i gruppi uno-quattro, nelle posizioni intermedie possiamo giocare fino al gruppo 6 e infine in late position fino al gruppo otto. Le altre combinazioni di carte, tipo K2, A6, ecc non dovrebbero nemmeno essere prese in considerazione, a non essere di conoscere bene il nostro avversario (e questo lo dico io) o giocare heads up.

La corretta scelta della starting hand rappresenta il 50% del successo o dell’insuccesso. Bisogna avere molta pazienza perché le mani buone sono in realtà pochissime e ciò può darci la sensazione di non giocare mai (e talvolta non è solo una sensazione!), ma se sappiamo aspettare il momento giusto e giocare con astuzia le carte buone possiamo ottenere ottimi risultati anche giocando poco.

In una delle ultime partire, dove mi sono piazzata 71/477, ho scritto il numero di mani che ho giocato ed è uscita fuori la seguente tabella:

Orario di inizio: 21

Orario fine (per me): 23.30 circa

Mani giocate in due ore e mezza: 18 (vi rendete conto? Praticamente nulla!)

Mani vinte (dalle 18 che ho giocato): 10 (certamente questo è un risultato pessimo, si suppone che se sai giocare di 18 mani ne vinci almeno 15)

Le volte che sono uscita subito dai tornei l’errore è stato sempre lo stesso: l’all-in, ecco perché all’inizio dicevo che sono una che cede subito alle provocazioni, e si vede che ciò traspare al tavolo, quindi, bisogna avere i nervi di ferro per giocare al Poker e aspettare il momento giusto per agire. Non si può andare in all-in così alla cieca e poi, anche andando con AA non è detto che si vinca (ieri mi è capitato di perdere per ben due volte nella stessa partita con AA, d’accordo, questa è sfortuna, ma ci sta tutta). Quindi, prima di andare in all-in facciamoci questa domanda: sono pronto per uscire?  (perchè potrebbe accadere), e poi contiamo fino a dieci, se stiamo giocando per imparare non capisco a cosa serve l’all-in.

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Al di là dell’all-in gli errori più comuni sono: giocare drawing hands (mani che competono per una scala o un colore) e coppie medio basse a early position (cioè dalla posizioni che parlano per prime), vedere buone le mani soltanto perché c’è un A senza considerare il kicker (carta più bassa), per esempio la mano A7 non è buona come sembra, secondo me è da buttare, a non essere che in quella mano io sia il bottone (ma Sklansky non la pensa così), oppure che i miei avversari siano dei cagasotto (in quel caso conviene rilanciare forte per rubare il piatto se questo è appetibile).

 Tipologia di giocatori (molto brevemente)

1-     Loose (aperti), sono quelli che giocano molte mani e siccome abbiamo già visto che la maggior parte delle mani sono da buttare, si presuppone che giochino pure con A4, 59, ecc.

2-     Tight (chiusi), questa sono io, ma solo per forza, perché sono una che ha moltissimo da imparare, ma non sento che sia lo stile che mi appartenga. Nella vita sono una persona aggressiva che di solito domina la situazione e dirige il gioco e veramente il ruolo di tight non mi si adisce. Questo tipo di giocatore però non è un idiota, molti grandi campioni, fra cui l’italiano Luca Pagano, sono tight, quindi giocano solo le mani buone ma quando però hanno una mano forte diventano aggressivi (infatti questi vengono chiamati tight aggressive).

3-     Aggressive, questi puntano e rilanciano sempre, ti mettono sotto pressione e bluffano spesso, di solito prendono di mira i tight per rubare i piatti. Bisogna stare attenti ai rilanci quando ci troviamo in tavoli dove ci sono questi elementi.

4-     Maniac, questo è il colmo della follia, infatti sono pazzi. Sono giocatori fuori controllo che puntano e rilanciano in continuazione anche con mani pessime.

Come rendere una mano più forte?

In linee generali, e per quello che ho capito (ma comunque se vi interessa l’argomento visitate i links che vi segnalo man mano che vado avanti), quanto più giocatori ci siano più debole sarà la nostra mano. L’unico caso in cui la presenza di molti giocatori non ci da fastidio, anzi, ci giova, è quando abbiamo una nut hand, per esempio A5 di cuore, in questo caso se sul board uscissero altre 3 carte di cuori avremo il colore massimo (cioè all’asso), quindi, il nostro obiettivo quando abbiamo delle coppie o comunque puntiamo ad un progetto di coppia e far si che alcuni giocatori che potrebbero comunque recarci fastidio si ritirino, e per fare ciò bisogna difendere, cioè puntare.

Viceversa, se ad un certo momento della mano, per esempio al turn o addirittura al flop, sappiamo di aver vinto, l’obiettivo è quello di far si che gli altri giocatori puntino le loro chips in modo da aumentare il pot.

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Motivo della mia assenza

Posted by She Warrior On February - 21 - 2010 1 COMMENT

Vorrei spiegare i motivi della mia assenza, anche se sono certa che a nessuno gli può fregar di meno lo faccio più che altro come sfogo e terapia.

Avete un cane, un gatto o altro animale domestico? Se la risposta è sono certa che capirete la tristezza delle righe a seguire, anche se ho tentato di mascherarla con l’ironia; se la risposta è no, mi domando come mai non avete ancora un animale da compagnia (vi assicuro che sono molto meglio dei bambini!).

Vercingetorix è il figlio di Tanaquilla, insomma… soltanto a casa mia un’etrusca può partorire un gallo! Nella realtà storica invece Tanaquilla visse a Tarquina nel VII Secolo A.C. e invece Vercingetorix  visse nel I Secolo A.C. in quello che i romani chiamavano Gallia Transalpina. Ad ogni modo il mio Vercongetorix è nato qui, nella stanza dove mi trovo adesso, insieme ai suoi due fratelli, Nerone e William Wallace, e fin da piccolo dimostrò di essere un cane dolce quanto viziato.

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Essendo nato per primo era il più grande dei tre, di conseguenza il più prepotente all’ora di mangiare, e non è un caso che dopo circa quattro settimane di vita il suo peso corporeo si sia raddoppiato rispetto a quello dei suoi fratelli. Vedendolo bello e forte, non ho mai avuto paura di prenderlo in mano e portarmelo al letto già dai primi giorni di vita, cosa che non facevo con li altri due perché li vedevo ancora fragili. Tutte le mie premure e le coccole eccessive, contribuirono a creare un cane dolcissimo e, come si suole dire, “buono come il pane”. Mentre suo fratello William Wallace, trovava una nuova famiglia, e Nerone moriva a causa di una deformità nel intestino, Vercingetorix si godeva le sue giornate nella mia poltrona accanto al camino o buttato a terra vicino alla stufa facendosi grattare la pancia.

Finalmente arrivò il giorno in cui anche lui trovò una nuova famiglia (o almeno così sembrava): una di quelle ragazze perbene, con neanche un capello fuori posto e la voce simile a quella di una bambina di sette anni, rispose al mio annuncio sul giornale. Arrivò a casa mia di mattina, insieme al suo fidanzato patetico quanto lei. Avete presente quei giovani ventenni che sembrano di avere quaranta anni a causa della vita da adulto che fanno fin dall’adolescenza? Ecco, questo era il suo fidanzato, un omino venticinquenne mezzo pelato che, subito dopo avergli chiesto di firmare la lettera di adozione, mise in chiaro la sua professione: “io sono un avvocato”, allora lo guardai, tentando di non scoppiare a ridere e gli risposi “complimenti, adesso legge però”. La lettera di adozione sembrava essere apposto e la ragazza perbene la firmò senza ma e senza però. A questo punto tutti eravamo contenti e rilassati, come accade spesso nelle situazioni in cui le parti, fino adesso sconosciute, concludono un affare redditizio per entrambe (per esempio quando uno acquista una casa, una macchina, insomma quando c’è un vantaggio per due o più persone). A me piace molto analizzare l’atmosfera quasi magica che si forma in queste situazioni e ho realizzato che sebbene la modalità d’incanto cambi a seconda del contesto, l’atmosfera che si forma ha sempre le stesse caratteristiche: gente che sorride rilassata, due chiacchiere sul tempo, qualche parola sui figli e sul lavoro e poi la ciliegina sulla torta: “se capiti dalle mie parti chiamami che ci prendiamo un caffè”, che in quel momento sono sicura che non sia una frase ipocrita, bensì pronunciata perché sotto gli effetti dell’incantesimo.

La magia però durò ben poco perché il giorno seguente “l’avvocato” mi telefonò e mi parlò con quel tono di finto dispiacere: “Lucia non ti arrabbiare, mi dispiace ma la mamma di Romina è molto malata e non possiamo tenere il cane”, “riportamelo subito!”, dissi io tagliando corto.

Dopo aver finito di parlare con l’avvocato (delle cause perse), chiamai subito a Romina per sapere qual’era stato il vero problema e lei, senza vergogna né ritegno, mi disse che sua madre aveva il cancro!

Ragazzi, voi non fatelo a casa! Non tutti sono portati per dire le bugie, dico sul serio, farete una pessima figura. Una bugia va architettata, pianificata, provata e analizzata, non va sparata a cazzo di cane così senza nemmeno pensare alle conseguenze e alla credibilità della storia. Le bugie vanno supportate. La menzogna è un arte.

Ecco, diciamo che lì per lì, siccome a dire il vero ero felice di rivedere Vercongetorix (in realtà sempre ho voluto tenerlo con me), ho fatto finta di niente e le dissi di riportarmi subito il mio cane, pur essendo consapevole che il problema vero era che mio cane era troppo viziato.

Dopo alcuni litigi con il Centurione, e un po’ di lacrime di coccodrillo per suscitare in lui il senso di colpa, mio fidanzato acconsentì di tenere Vercingetorix con noi e da quel giorno fino allo scorso lunedì ha vissuto come il più felice dei cani.

Di solito quando usciamo di casa per poche ore, Tanaquilla e Vercingetorix rimangono dentro una stanzetta, non ci piace lasciarli fuori perché abbiamo paura che ci corrano dietro la macchina, ma quel pomeriggio era bello, c’era il sole e in più saremmo tornati dopo circa venti minuti, quindi ho deciso di legare Verci in giardino e lasciare Tanaquilla dentro. Non so che cosa mi sia passato per la mente, non ho mai legato Vercingetorix, e tanto meno lo avevo mai separato da sua madre. Di solito rimanevano entrambi dentro fino al mio ritorno, oppure, quando eravamo a casa, girovagavano liberi nelle campagne circostanti, ma quel giorno il Fato ha messo il suo zampino e quel che è successo era scritto da qualche parte: al nostro arrivo Vercingetorix non c’era, non c’era lui ma neanche la catena di ferro che lo legava all’albero. Non sappiamo se sia riuscito a slegarla e abbia corso dietro la macchina credendo di essere stato abbandonato, oppure se qualcuno lo abbia rubato o portato via perché dava fastidio.

Sinceramente non sono a conoscenza dei meccanismi di difesa che addotta il cervello in questi casi, meccanismi che sicuramente tendono ad evitare un infarto o a impedire che uno addotti un comportamento aggressivo e dannoso per se stesso, ma ogni volta che mi sono trovata in situazioni spiacevoli la mia reazione iniziale è stata sempre la stessa: “non ci credo… è impossibile… questo non sta succedendo… adesso mi sveglio e tutto sarà finito…” Infatti non ci credevo nemmeno allora, quindi, con tutta la calma del mondo, sono andata in campagna per chiamarlo, ma niente, nessuna risposta. Poco dopo invece, abbiamo provato a fare un giro in macchina, magari era rimasto incastrato da qualche parte, ma neanche una traccia. Infine, sono uscita con Tanaquilla per vedere se lei riusciva a trovare suo figlio, ma sembrava disorientata.

Dopo circa un’ora  di ricerche fallite, il sistema di difesa messo in atto dal mio cervello iniziò a sbloccarsi pian piano, e fu lì che capì che Vercingetorix non sarebbe mai più tornato.

Nota: se è la prima volta che capiti in questo blog leggi qui

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Recensione film Il viaggio dell’unicorno

Posted by She Warrior On February - 14 - 2010 ADD COMMENTS

Scheda:

Titolo originale: Voyage of the unicorn
Genere: Fantasy
Anno: 2001

Si, si, d’accordo, è un film per ragazzi, e allora? Il fatto che sia un film per ragazzi gli da il diritto di essere schifoso? Ho visto questa roba mentre cucinavo una pizza e mi occupavo delle faccende domestiche perché appena accesa la tv mi sono accorta che non mi sarebbe piaciuto, se così non fosse stato avrei buttato via la pizza, chiuso le finestre e acceso le candele, come faccio ogni volta che voglio immergermi nell’atmosfera fantasy.

Se non hai trovato quello che cercavi trovalo con Google!

Da dove iniziare? La trama è stupida, anzi no, patetica: il cliché della bambina orfana di mamma, un po’ stranetta e incompresa; un padre che tenta di educare due femmine come meglio può; due femmine dell’animo puro! In parole povere una idiozia.

Sorvolerò sulla trama perché è assurda, e poi ci sono dei particolari molto più interessanti da analizzare. Iniziamo da Creta, dalle rovine del Palazzo di Minosse che i protagonisti hanno trovato in quel mondo parallelo dove vivono le loro avventure. Per il tridente di Poseidone! Come si fa a ridurre così le rovine di una civiltà così importante? Ma questi l’archeologia la conoscono? Hanno presentato le rovine del Palazzo come un ammasso di pietre grigie accatastate una sopra l’altra, roba da strapparsi i capelli!

Le creature fantastiche

Se c’è una cosa che detesto e quando, pur di far numero, si mischiano le creature più diverse: gnomi, fate, serpenti cosmici, unicorni, sirene, draghi, troll e addirittura il Minotauro e la Medusa! Della serie più ne metto più è fantasy. In questo film abbiamo di tutto, peccato però che, ad eccezione dei troll (e si fa per dire) non ci si riesca a conoscere  a fondo nemmeno una di queste creature. Dico sul serio, non si capisce niente.

Costumi e scenografia

Mi viene da ridere, la scenografia fa quasi tenerezza! Ad un certo punto, quando il padre e le figlie sono arrivati a quel mondo parallelo, si vede ben chiaro che alcune pietre sono ricoperte di nylon! Poi, ritornando all’argomento “isola di Creta”, le rovine del palazzo, oltre a non somigliare nemmeno per sbaglio a quelle vere, sono fatte con quella specie di spugna che di solito si utilizza per simulare le pietre. Invece, le corna che gli orchi portano sugli elmi sono fatte di gomma, si vede chiaro nella scena in cui il re si grata la testa prima di prendere il teschio del drago (il corno si piega e torna subito in avanti).

Hai già visitato la mia Libreria Fantastica?

 Battaglie navali?

Anche queste fanno tenerezza, soprattutto quando ad un certo punto, per simulare il movimento delle onde, il cameraman muove la telecamera da destra a sinistra! Poi, neanche a dirlo, il sangue ovviamente non c’è!

Insomma, non me la sento neanche di dire che è una merda, è così  poca cosa come film, che di peggio ho visto soltanto Dragon, quindi ho appena spento la tv, ho altro da fare e pubblico la recensione in anticipo. A onor del vero però, devo dire che ho fatto una ricerca su San Google e questo film è piaciuto a molti.

 

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Piccola presentazione e racconto

Posted by Nano-da-Giardino On February - 9 - 2010 1 COMMENT

Finalmente quella stronza di Lucia mi ha dato il permesso di scrivere qui! Il mio nome è Comodino, e sono il Nano da Giardino (sono così importante che Lucia mi ha dedicato una pagina, ma non credete alle idiozie che dice su di me, è tutto falso).

Bene, oggi vorrei presentarvi il mio primo e unico racconto, scritto due giorni fa. La storia è stata giudicata squallida da Lucia e da quel pazzo del Centurione, ma a me piace lo stesso.

Quando due ragazzi perbene

Arrivarono sulla spiaggetta alle undici del mattino. Massimo scese dalla macchina per primo, si mise i guanti, si sistemò la fascia che gli proteggeva le orecchie dal vento e lasciò il suo zaino nel sedile del passeggero. Adriano spense il motore, mise il cellulare nella tasca della giacca e la buttò nel sedile posteriore, poi chiuse a chiave. “Sei pronto?”, domandò Adriano sfregandosi le mani, “penso di si”, sorrise Max, “anche se non è una bella giornata per fare footing, se non facciamo presto finiremo per correre sotto acqua!”, “allora sbrigiamoci!”. 

La corsa iniziò lenta e senza pretese, schivando ogni tanto le pozzanghere e i buchi di quella strada sterrata. Fra le foglie secche ai bordi della stradina si intravedevano alcune lattine di birra, profilattici e qualche siringa. Max scuotete la testa, “certo che questo posto è diventato un rifugio per vandali e nullafacenti! Dove sono gli sportivi che si vedevano anni fa?”, “penso abbiano cambiato luogo, il lago ha acquisito una brutta fama ultimamente, ormai non ci viene più nessuno”, rispose il suo amico col fiatone. Più avanti un incrocio, “quale sentiero prendiamo?”, domandò Max dopo bere un po’ d’acqua dalla sua boraccia, “quello lì”, rispose Adriano segnalando un casaletto in pietra ricoperto dall’edera e una barca arrugginita che giaceva lì davanti.

Le guance iniziarono a diventare rosse e calde, la corsa prese ritmo e le gocce di sudore percorrevano le loro schiene. “Adesso si che si ragiona!” disse Max mentre si toglieva i guanti. L’umidità era altissima e in lontananza si vedeva calare la nebbia che il vento spostava verso di loro. Un odore di putrefazione arrivò dal lago, era insopportabile, “mai sentita una puzza del genere! Ma le puliscono le fogne?”, si lamentò Adriano facendo una smorfia, “torniamo indietro dai, tanto per oggi abbiamo fatto abbastanza”, disse Max guardando l’orologio.

La strada di ritorno le sembrò più lunga, la bruma rendeva il paesaggio surreale, quasi sconosciuto. In lontananza un piccolo punto giallo si intravedeva tra il vapore appiccicoso, la macchina di Adriano li aspettava accanto ai rifiuti di immondizia, e il pensiero di mangiare le barrette proteiche che avevano lasciato nel cofanetto li faceva venire l’acquolina in bocca.

“Eccoci finalmente!”, Adriano prese le chiavi dalla tasca e tentò di aprire lo sportello, “ma cos’è? Come mai non si apre?”, disse con tono preoccupato. Massimo smise di fare stretching e gli si avvicinò porgendogli la mano, “dammi qui, lascia fare a me”. Inserì la chiave nella serratura girandola da entrambi i lati , ma niente, lo sportello era bloccato. Poi guardò attraverso il finestrino, “ma cosa sono tutti quei vetri sopra il sedile del passeggero? E dove è la mia borsa? I documenti, cazzo!”, entrambi si avvicinarono allo sportello opposto e videro il finestrino spaccato in mille pezzi. I loro cuori iniziarono a battere più velocemente, Adriano si portò le mani in testa, le sue pupille si strinsero e le narici si aprirono. Si guardò intorno e ispezionò la zona dietro i cespugli, poi iniziò a bestemmiare tutti i santi e madonne. Max tentò di restare calmo, ma il tremolio delle mani lo tradiva, sbloccò le porte passando la mano fra i vetri spaccati e prese il cellulare di Adriano dalla giacca, “tieni, fai subito la denuncia”, poi anche lui fece un paio di telefonate. Pulirono il sedile utilizzando un rametto come scopa, salirono sulla macchina e corsero verso la caserma più vicina.

La strada era bagnata, bisognava andare piano, le mani sudate di Adriano scivolavano nel volante e alla vista di un trattore che ingombrava il passaggio aprì il finestrino e gridò contro il contadino.

Dopo un’interminabile mezz’ora i due amici arrivarono in caserma. L’ufficiale li invitò ad accomodarsi con l’aria tranquilla, trascinando il suo corpo in sovrappeso dietro la scrivania, poi sistemò la foto di quella che doveva essere sua moglie e iniziò a stilare la denuncia scrivendo con soli due dita, come avrebbe fatto una scimmia, cancellando e tornando indietro ogni due parole. “Il mio cognome è Bruneli, con una sola l”, disse Massimo mentre quel tizio non alzava lo sguardo dalla tastiera, forse per paura di non trovare più le lettere se si fosse distratto un momento. Adriano osservava quel luogo pulito, dove ogni cosa era al suo posto, sembrava che in quel edificio ci fossero soltanto loro tre, ma a che serve un posto così grande se non c’è nessuno? Beh…tanto l’elettricità e le pulizie le paghiamo noi!

Nel frattempo un sms arrivò al cellulare di Max, era la banca che gli avvertiva di un prelievo di duecento euro nel bancomat di Comodino, una piccola frazione non molto lontana dal lago. “Che succede?”, domandò l’ufficiale quando vide sbuffare il ragazzo, “la mia banca mi ha appena avvertito di un prelievo fatto un’ora fa…ehm…ho lasciato il numero di pin nel portafoglio insieme alla carta”, rispose con un sorriso tirato alzando le sopraciglia. L’uomo dietro la scrivania chiamò un suo collega spingendo un tasto del telefono e gli diede l’ordine di telefonare in banca.

Dopo circa tre quarti d’ora l’ufficiale finì di scrivere il rapporto, forse sta sudando per la fatica! Che gente!, pensò Max che avrebbe finito quel lavoro in meno di dieci minuti. “Firmate qui”, l’ufficiale avvicinò i fogli e la penna, Adriano lo firmò subito ma Massimo sospirò alzando lo sguardo, poi aggiunse con voce pacata: “ma le ho detto che il mio cognome è Bruneli, con una l”, “ah si? Non ho sentito, allora dobbiamo ristampare. Un attimo di pazienza”. Mentre la stampante anni ottanta faceva i capricci, il fax sputava fuori un foglio in cui si vedeva il volto di un uomo. “Eccola: la foto del malvivente scattata dalla telecamera della banca”, disse l’ufficiale insegnandoli il foglio, “lo avete visto per caso questa mattina?”, “purtroppo no”, rispose Adraino, “non c’era anima viva al lago”, “allora sapete chi è!”, disse Massimo sfoggiando un sorriso, “si, lo conosciamo bene. Di solito esce a rubare con il figlioletto e la moglie incinta, ma sapere chi è conta ben poco, tanto esce subito, in questo paese non ti fanno niente”, rispose l’agente mentre aggiungeva dello zucchero al caffè, “ad ogni modo vi faremo sapere com’è andata a finire. Grazie.”

I due amici uscirono dal quel edificio grande quanto inutile, corsero verso la macchina parcheggiata fuori tentando di non bagnarsi con quella pioggerellina fastidiosa, tipica del mese di marzo.

“Andiamo a prendere qualcosa da mangiare, offro io visto che adesso ti hanno prosciugato il conto e sei diventato povero!”, disse Adriano dandogli una pacca sulla spalla a Massimo che sorrise quasi per obbligo e aggiunse: “a due chilometri c’è un bar, prendiamo due panini e andiamo da me”.

Da Tito era uno di quei squallidi bar di paese, dove i pensionati finiscono i loro giorni giocando a carte e bevendo grappa, frequentato da cocainomani e gente poco raccomandata, un luogo in cui due ragazzi come loro non avrebbero mai messo piede, ma oggi erano strani e di certo non li spaventava l’idea di dover fare a botte con qualcuno, anzi, avevano voglia di farlo. Massimo entrò per primo attraversando quella porta sporca forse di latte, o chissà, magari era dello sputo viste le condizioni di quella catapecchia. L’aria puzzava di sigaretta, anche se il cartello con la scritta Vietato Fumare era ben visibile, e i presenti si girarono verso di loro quasi infastiditi. “Desiderate?”, domandò il barista poggiando le mani sporche sul bancone, “vorrei due…” Massimo ammutolì alla vista di un uomo che usciva dal bagno, diede una gomitata a Adriano e gli fece segno con la testa, il suo amico si girò. Entrambi sentirono il sangue salire fulmineo attraverso le gambe e il battito cardiaco diventò così forte che li sembrava che gli altri potessero sentirlo. L’uomo si avvicinò alla cassa, estrasse il portafoglio e Max ebbe il tempo di intravedere la fotografia di sua nonna accanto alle due banconote da venti. Respirò profondo e tentò di restare calmo. Adriano iniziò a sudare, si avvicinò all’orecchio di Massimo e gli disse: “non ti rode essere sempre preso per il culo soltanto per essere una persona perbene? Adesso lo seguiamo e lo facciamo nero”, poi parlò al barista: “vogliamo due birre, anzi tre”, riflettendo un attimo aggiunse: “per caso non avete un coltello da prestarci, qualcuno ha appiccicato una gomma da masticare nel mio parabrezza e vorrei provare a toglierla”. Poggiò cinquanta euro sopra il bancone, prese le birre e il coltello e disse: “torno subito con il coltello e poi prendo il resto”.

Uscirono velocemente dal bar, l’uomo era partito a piedi e camminava veloce sulla strada di fronte, poco dopo girò l’angolo. Adriano e Massimo iniziarono a correre per non perderlo di vista. Il soggetto si avvicinò a una macchina azzurra da dove uscì una donna incinta e un bambino di circa sette anni. I tre iniziarono ad addentrarsi in un vicoletto senza uscita e Massimo e Adriano li osservavano da dietro un albero prendere a calci una porta, “ma guarda che roba! Pure il figliolo!”, disse Adriano mentre poggiava le birre a terra e si asciugava il sudore delle mani nel pantalone, “tu darai una spinta al bambino così non ci da noia, poi ti butterai addosso all’uomo, tanto è più basso di te, ce la fari benissimo. Io colpirò la donna e poi ti darò una mano”, “ma cosa intendi fare?”, domandò Max con la voce tremante, “quelli lì ci hanno pettinato, ci hanno visto scendere dalla macchina e poi ci hanno derubato. Non hanno avuto paura che tornassimo indietro, perché nessuno ha paura di due come noi, ma adesso è arrivato il nostro momento. Andiamo!”. Adriano balzò da dietro l’albero e percorse i duecento metri che lo separavano dai malviventi. Max lo seguì con lo stesso impeto e diede una spinta al fanciullo, che cadde a terra piagnucolante, poi si avventò sopra l’uomo colpendolo subito con un pugno sulla guancia. Adriano girò la donna verso di lui prendendola bruscamente dai capelli. Infilò il coltello nel suo ventre e guardò soddisfatto l’espressione di dolore di quella cagna mentre spingeva dentro e tirava su la lama, come faceva suo padre quando uccideva i conigli. “Sono incinta, ti prego!”, disse la donna con un filo di voce, “adesso ti faccio partorire io stai tranquilla, ti piace il cesareo?”, la donna poggiò le mani sopra le sue spalle, tentando di non cadere a terra, lui la spinse contro il muro iniziando a colpirle la vagina con brusche ginocchiate. Il sangue scolava dal quel ventre gonfio e poco dopo la donna cadete al suolo vinta dal dolore. Le sfilò il coltello e andò in soccorso dal suo amico che faceva a pugni con l’uomo. Si avvicinò furtivo da dietro e gli infilò il coltello vicino all’orecchio muovendolo su e giù e girandolo in tutte le direzioni, ma quello stronzo non sembrava di voler arrendersi e continuava a smanettare. “Tieni duro Max! Torno in un attimo!”, disse Adriano mentre correva per prendere una di quelle bottiglie che aveva lasciato accanto all’albero. Arrivò subito come promesso, spaccò il vetro contro il muro, si avvicinò all’uomo che si difendeva ormai indebolito e con un colpo di fortuna riuscì ad infilargli la punta tagliente nell’occhio. Il malvivente si portò le mani sul viso strillando a squarciagola. Un paio di calci sullo stomaco lo misero subito a terra, anche lui era fuori gioco.

I due amici si guardarono, avevano il fiatone. Massimiliano si grattò la guancia macchiandosi il viso di sangue e Adriano fece una battuta: “sembri Berlusconi quando gli hanno buttato in faccia il duomo di Milano!”, entrambi si misero a ridere dimenticando per un istante quello che era appena successo, poi aggiunse: “hai visto, Max? Chi è adesso il fesso?”. Entrambi rivolsero lo sguardo verso quel moccioso singhiozzante, accovacciato sopra la pozzanghera di sangue vicino alla madre. “Cosa facciamo adesso?”, domandò Massimo, “uccidiamoli tutti e tre, tanto hai sentito l’ufficiale: in questo paese non ti fanno nulla, poi andiamo a prendere quelle due birre rimaste, mi è venuta una sete!”.

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Il mio vero nome è Lucia, ho 23 anni e sono appassionata di storia antica, fantasy e mitologia, ma anche di natura e sport. Attualmente abito in Toscana insieme al mio fidanzato, alla mia cagnolina Tanaquilla e al Nano da Giardino (che mi da il tormento ogni volta che può). Sono 1/3 italiana, 1/3 spagnola e 1/3 culomondista (per motivi di privacy non voglio dire il nome della nazione). Tutti i commenti sono benvenuti, specialmente quelli che segnalano errori ortografici! Attualmente il blog è bilingue (italiano-spagnolo) ma molto presto saranno aggiunti nuovi post in inglese.

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