Piccola presentazione e racconto
Finalmente quella stronza di Lucia mi ha dato il permesso di scrivere qui! Il mio nome è Comodino, e sono il Nano da Giardino (sono così importante che Lucia mi ha dedicato una pagina, ma non credete alle idiozie che dice su di me, è tutto falso).
Bene, oggi vorrei presentarvi il mio primo e unico racconto, scritto due giorni fa. La storia è stata giudicata squallida da Lucia e da quel pazzo del Centurione, ma a me piace lo stesso.
Quando due ragazzi perbene
Arrivarono sulla spiaggetta alle undici del mattino. Massimo scese dalla macchina per primo, si mise i guanti, si sistemò la fascia che gli proteggeva le orecchie dal vento e lasciò il suo zaino nel sedile del passeggero. Adriano spense il motore, mise il cellulare nella tasca della giacca e la buttò nel sedile posteriore, poi chiuse a chiave. “Sei pronto?”, domandò Adriano sfregandosi le mani, “penso di si”, sorrise Max, “anche se non è una bella giornata per fare footing, se non facciamo presto finiremo per correre sotto acqua!”, “allora sbrigiamoci!”.
La corsa iniziò lenta e senza pretese, schivando ogni tanto le pozzanghere e i buchi di quella strada sterrata. Fra le foglie secche ai bordi della stradina si intravedevano alcune lattine di birra, profilattici e qualche siringa. Max scuotete la testa, “certo che questo posto è diventato un rifugio per vandali e nullafacenti! Dove sono gli sportivi che si vedevano anni fa?”, “penso abbiano cambiato luogo, il lago ha acquisito una brutta fama ultimamente, ormai non ci viene più nessuno”, rispose il suo amico col fiatone. Più avanti un incrocio, “quale sentiero prendiamo?”, domandò Max dopo bere un po’ d’acqua dalla sua boraccia, “quello lì”, rispose Adriano segnalando un casaletto in pietra ricoperto dall’edera e una barca arrugginita che giaceva lì davanti.
Le guance iniziarono a diventare rosse e calde, la corsa prese ritmo e le gocce di sudore percorrevano le loro schiene. “Adesso si che si ragiona!” disse Max mentre si toglieva i guanti. L’umidità era altissima e in lontananza si vedeva calare la nebbia che il vento spostava verso di loro. Un odore di putrefazione arrivò dal lago, era insopportabile, “mai sentita una puzza del genere! Ma le puliscono le fogne?”, si lamentò Adriano facendo una smorfia, “torniamo indietro dai, tanto per oggi abbiamo fatto abbastanza”, disse Max guardando l’orologio.
La strada di ritorno le sembrò più lunga, la bruma rendeva il paesaggio surreale, quasi sconosciuto. In lontananza un piccolo punto giallo si intravedeva tra il vapore appiccicoso, la macchina di Adriano li aspettava accanto ai rifiuti di immondizia, e il pensiero di mangiare le barrette proteiche che avevano lasciato nel cofanetto li faceva venire l’acquolina in bocca.
“Eccoci finalmente!”, Adriano prese le chiavi dalla tasca e tentò di aprire lo sportello, “ma cos’è? Come mai non si apre?”, disse con tono preoccupato. Massimo smise di fare stretching e gli si avvicinò porgendogli la mano, “dammi qui, lascia fare a me”. Inserì la chiave nella serratura girandola da entrambi i lati , ma niente, lo sportello era bloccato. Poi guardò attraverso il finestrino, “ma cosa sono tutti quei vetri sopra il sedile del passeggero? E dove è la mia borsa? I documenti, cazzo!”, entrambi si avvicinarono allo sportello opposto e videro il finestrino spaccato in mille pezzi. I loro cuori iniziarono a battere più velocemente, Adriano si portò le mani in testa, le sue pupille si strinsero e le narici si aprirono. Si guardò intorno e ispezionò la zona dietro i cespugli, poi iniziò a bestemmiare tutti i santi e madonne. Max tentò di restare calmo, ma il tremolio delle mani lo tradiva, sbloccò le porte passando la mano fra i vetri spaccati e prese il cellulare di Adriano dalla giacca, “tieni, fai subito la denuncia”, poi anche lui fece un paio di telefonate. Pulirono il sedile utilizzando un rametto come scopa, salirono sulla macchina e corsero verso la caserma più vicina.
La strada era bagnata, bisognava andare piano, le mani sudate di Adriano scivolavano nel volante e alla vista di un trattore che ingombrava il passaggio aprì il finestrino e gridò contro il contadino.
Dopo un’interminabile mezz’ora i due amici arrivarono in caserma. L’ufficiale li invitò ad accomodarsi con l’aria tranquilla, trascinando il suo corpo in sovrappeso dietro la scrivania, poi sistemò la foto di quella che doveva essere sua moglie e iniziò a stilare la denuncia scrivendo con soli due dita, come avrebbe fatto una scimmia, cancellando e tornando indietro ogni due parole. “Il mio cognome è Bruneli, con una sola l”, disse Massimo mentre quel tizio non alzava lo sguardo dalla tastiera, forse per paura di non trovare più le lettere se si fosse distratto un momento. Adriano osservava quel luogo pulito, dove ogni cosa era al suo posto, sembrava che in quel edificio ci fossero soltanto loro tre, ma a che serve un posto così grande se non c’è nessuno? Beh…tanto l’elettricità e le pulizie le paghiamo noi!
Nel frattempo un sms arrivò al cellulare di Max, era la banca che gli avvertiva di un prelievo di duecento euro nel bancomat di Comodino, una piccola frazione non molto lontana dal lago. “Che succede?”, domandò l’ufficiale quando vide sbuffare il ragazzo, “la mia banca mi ha appena avvertito di un prelievo fatto un’ora fa…ehm…ho lasciato il numero di pin nel portafoglio insieme alla carta”, rispose con un sorriso tirato alzando le sopraciglia. L’uomo dietro la scrivania chiamò un suo collega spingendo un tasto del telefono e gli diede l’ordine di telefonare in banca.
Dopo circa tre quarti d’ora l’ufficiale finì di scrivere il rapporto, forse sta sudando per la fatica! Che gente!, pensò Max che avrebbe finito quel lavoro in meno di dieci minuti. “Firmate qui”, l’ufficiale avvicinò i fogli e la penna, Adriano lo firmò subito ma Massimo sospirò alzando lo sguardo, poi aggiunse con voce pacata: “ma le ho detto che il mio cognome è Bruneli, con una l”, “ah si? Non ho sentito, allora dobbiamo ristampare. Un attimo di pazienza”. Mentre la stampante anni ottanta faceva i capricci, il fax sputava fuori un foglio in cui si vedeva il volto di un uomo. “Eccola: la foto del malvivente scattata dalla telecamera della banca”, disse l’ufficiale insegnandoli il foglio, “lo avete visto per caso questa mattina?”, “purtroppo no”, rispose Adraino, “non c’era anima viva al lago”, “allora sapete chi è!”, disse Massimo sfoggiando un sorriso, “si, lo conosciamo bene. Di solito esce a rubare con il figlioletto e la moglie incinta, ma sapere chi è conta ben poco, tanto esce subito, in questo paese non ti fanno niente”, rispose l’agente mentre aggiungeva dello zucchero al caffè, “ad ogni modo vi faremo sapere com’è andata a finire. Grazie.”
I due amici uscirono dal quel edificio grande quanto inutile, corsero verso la macchina parcheggiata fuori tentando di non bagnarsi con quella pioggerellina fastidiosa, tipica del mese di marzo.
“Andiamo a prendere qualcosa da mangiare, offro io visto che adesso ti hanno prosciugato il conto e sei diventato povero!”, disse Adriano dandogli una pacca sulla spalla a Massimo che sorrise quasi per obbligo e aggiunse: “a due chilometri c’è un bar, prendiamo due panini e andiamo da me”.
Da Tito era uno di quei squallidi bar di paese, dove i pensionati finiscono i loro giorni giocando a carte e bevendo grappa, frequentato da cocainomani e gente poco raccomandata, un luogo in cui due ragazzi come loro non avrebbero mai messo piede, ma oggi erano strani e di certo non li spaventava l’idea di dover fare a botte con qualcuno, anzi, avevano voglia di farlo. Massimo entrò per primo attraversando quella porta sporca forse di latte, o chissà, magari era dello sputo viste le condizioni di quella catapecchia. L’aria puzzava di sigaretta, anche se il cartello con la scritta Vietato Fumare era ben visibile, e i presenti si girarono verso di loro quasi infastiditi. “Desiderate?”, domandò il barista poggiando le mani sporche sul bancone, “vorrei due…” Massimo ammutolì alla vista di un uomo che usciva dal bagno, diede una gomitata a Adriano e gli fece segno con la testa, il suo amico si girò. Entrambi sentirono il sangue salire fulmineo attraverso le gambe e il battito cardiaco diventò così forte che li sembrava che gli altri potessero sentirlo. L’uomo si avvicinò alla cassa, estrasse il portafoglio e Max ebbe il tempo di intravedere la fotografia di sua nonna accanto alle due banconote da venti. Respirò profondo e tentò di restare calmo. Adriano iniziò a sudare, si avvicinò all’orecchio di Massimo e gli disse: “non ti rode essere sempre preso per il culo soltanto per essere una persona perbene? Adesso lo seguiamo e lo facciamo nero”, poi parlò al barista: “vogliamo due birre, anzi tre”, riflettendo un attimo aggiunse: “per caso non avete un coltello da prestarci, qualcuno ha appiccicato una gomma da masticare nel mio parabrezza e vorrei provare a toglierla”. Poggiò cinquanta euro sopra il bancone, prese le birre e il coltello e disse: “torno subito con il coltello e poi prendo il resto”.
Uscirono velocemente dal bar, l’uomo era partito a piedi e camminava veloce sulla strada di fronte, poco dopo girò l’angolo. Adriano e Massimo iniziarono a correre per non perderlo di vista. Il soggetto si avvicinò a una macchina azzurra da dove uscì una donna incinta e un bambino di circa sette anni. I tre iniziarono ad addentrarsi in un vicoletto senza uscita e Massimo e Adriano li osservavano da dietro un albero prendere a calci una porta, “ma guarda che roba! Pure il figliolo!”, disse Adriano mentre poggiava le birre a terra e si asciugava il sudore delle mani nel pantalone, “tu darai una spinta al bambino così non ci da noia, poi ti butterai addosso all’uomo, tanto è più basso di te, ce la fari benissimo. Io colpirò la donna e poi ti darò una mano”, “ma cosa intendi fare?”, domandò Max con la voce tremante, “quelli lì ci hanno pettinato, ci hanno visto scendere dalla macchina e poi ci hanno derubato. Non hanno avuto paura che tornassimo indietro, perché nessuno ha paura di due come noi, ma adesso è arrivato il nostro momento. Andiamo!”. Adriano balzò da dietro l’albero e percorse i duecento metri che lo separavano dai malviventi. Max lo seguì con lo stesso impeto e diede una spinta al fanciullo, che cadde a terra piagnucolante, poi si avventò sopra l’uomo colpendolo subito con un pugno sulla guancia. Adriano girò la donna verso di lui prendendola bruscamente dai capelli. Infilò il coltello nel suo ventre e guardò soddisfatto l’espressione di dolore di quella cagna mentre spingeva dentro e tirava su la lama, come faceva suo padre quando uccideva i conigli. “Sono incinta, ti prego!”, disse la donna con un filo di voce, “adesso ti faccio partorire io stai tranquilla, ti piace il cesareo?”, la donna poggiò le mani sopra le sue spalle, tentando di non cadere a terra, lui la spinse contro il muro iniziando a colpirle la vagina con brusche ginocchiate. Il sangue scolava dal quel ventre gonfio e poco dopo la donna cadete al suolo vinta dal dolore. Le sfilò il coltello e andò in soccorso dal suo amico che faceva a pugni con l’uomo. Si avvicinò furtivo da dietro e gli infilò il coltello vicino all’orecchio muovendolo su e giù e girandolo in tutte le direzioni, ma quello stronzo non sembrava di voler arrendersi e continuava a smanettare. “Tieni duro Max! Torno in un attimo!”, disse Adriano mentre correva per prendere una di quelle bottiglie che aveva lasciato accanto all’albero. Arrivò subito come promesso, spaccò il vetro contro il muro, si avvicinò all’uomo che si difendeva ormai indebolito e con un colpo di fortuna riuscì ad infilargli la punta tagliente nell’occhio. Il malvivente si portò le mani sul viso strillando a squarciagola. Un paio di calci sullo stomaco lo misero subito a terra, anche lui era fuori gioco.
I due amici si guardarono, avevano il fiatone. Massimiliano si grattò la guancia macchiandosi il viso di sangue e Adriano fece una battuta: “sembri Berlusconi quando gli hanno buttato in faccia il duomo di Milano!”, entrambi si misero a ridere dimenticando per un istante quello che era appena successo, poi aggiunse: “hai visto, Max? Chi è adesso il fesso?”. Entrambi rivolsero lo sguardo verso quel moccioso singhiozzante, accovacciato sopra la pozzanghera di sangue vicino alla madre. “Cosa facciamo adesso?”, domandò Massimo, “uccidiamoli tutti e tre, tanto hai sentito l’ufficiale: in questo paese non ti fanno nulla, poi andiamo a prendere quelle due birre rimaste, mi è venuta una sete!”.
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Il mio vero nome è Lucia, ho 23 anni e sono appassionata di storia antica, fantasy e mitologia, ma anche di natura e sport. Attualmente abito in Toscana insieme al mio fidanzato, alla mia cagnolina Tanaquilla e al Nano da Giardino (che mi da il tormento ogni volta che può). Sono 1/3 italiana, 1/3 spagnola e 1/3 culomondista (per motivi di privacy non voglio dire il nome della nazione). Tutti i commenti sono benvenuti, specialmente quelli che segnalano errori ortografici! Attualmente il blog è bilingue (italiano-spagnolo) ma molto presto saranno aggiunti nuovi post in inglese.